Il Bilancio Partecipativo rappresenta una delle innovazioni più importanti introdotte negli ultimi anni nella pubblica amministrazione italiana.
È uno strumento semplice nella sua impostazione ma straordinariamente moderno nella sua filosofia: destinare una parte delle risorse comunali a progetti proposti e scelti direttamente dai cittadini.
Per qualche settimana il Comune cede simbolicamente una parte del proprio potere decisionale e invita la comunità a partecipare non soltanto con il voto, ma anche con le idee.
È una forma di democrazia partecipata che rafforza il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, responsabilizza il territorio e stimola la partecipazione attiva.
Per questo motivo il Bilancio Partecipativo non deve essere considerato un semplice bando pubblico.
È molto di più.
È uno strumento attraverso il quale una comunità può immaginare il proprio futuro.
Ed è proprio perché crediamo profondamente in questa idea che riteniamo sia arrivato il momento di aprire una riflessione su come renderla ancora più efficace.
Queste considerazioni non rappresentano una critica all’Amministrazione comunale né mettono in discussione il valore del Bilancio Partecipativo, che resta una delle migliori opportunità offerte ai cittadini.
Al contrario.
Nascono dalla convinzione che questo strumento possa crescere e diventare uno dei principali motori dello sviluppo culturale, sociale ed economico della città.
La situazione di Caltanissetta
Per l’edizione 2026 il Comune di Caltanissetta ha destinato al Bilancio Partecipativo 37.100 euro.
Sono state ammesse ventisei proposte progettuali e ogni cittadino può esprimere una sola preferenza.
L’Amministrazione ha inoltre evidenziato un dato molto positivo: le proposte presentate sono aumentate rispetto all’anno precedente, segno che la partecipazione dei cittadini continua a crescere.
È un risultato che merita di essere sottolineato.
Perché dimostra che associazioni, volontariato, operatori culturali e cittadini credono ancora in questo strumento.
Ma proprio questo successo impone una riflessione.
La domanda non è più se il Bilancio Partecipativo funzioni.
La vera domanda è un’altra.
Può diventare ancora più efficace?
Secondo noi la risposta è sì.
Dal numero dei progetti al valore dei progetti
Per molti anni il successo del Bilancio Partecipativo è stato misurato soprattutto dal numero delle iniziative finanziate.
Più progetti significavano maggiore partecipazione.
È una logica comprensibile.
Ma oggi forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva.
La domanda non dovrebbe più essere:
Quanti progetti riusciamo a finanziare?
Dovrebbe diventare:
Quale cambiamento lasceranno questi progetti alla città tra cinque o dieci anni?
Sono due domande profondamente diverse.
La prima misura la quantità.
La seconda misura il valore.
Quando le risorse disponibili vengono distribuite su molti piccoli contributi si riesce certamente a coinvolgere un numero maggiore di associazioni.
Ma si corre anche un rischio.
Quello di finanziare iniziative che, pur meritorie e spesso molto apprezzate, esauriscono i propri effetti con la conclusione dell’evento.
Un laboratorio.
Una manifestazione.
Un incontro.
Un’iniziativa culturale.
Esperienze certamente utili, ma che difficilmente lasciano un’eredità permanente per la comunità.
Il Bilancio Partecipativo potrebbe invece diventare qualcosa di diverso.
Uno strumento capace di generare opere, servizi, percorsi, attività permanenti e progetti destinati a produrre benefici anche negli anni successivi.
Non è una questione di quantità.
È una questione di impatto.
Le grandi idee hanno bisogno delle condizioni giuste
Uno degli aspetti sui quali vale la pena riflettere riguarda il valore economico dei singoli progetti.
Quando il contributo massimo disponibile è limitato a poche migliaia di euro, inevitabilmente anche il livello della progettazione tende ad adattarsi.
Non è un limite delle associazioni.
Non è una mancanza di creatività.
È una conseguenza naturale del sistema.
Le organizzazioni che possiedono competenze progettuali elevate, che potrebbero coinvolgere professionisti, tecnici, università, imprese, fondazioni o reti associative, spesso scelgono di non partecipare.
Non perché manchino le idee.
Ma perché il rapporto tra il lavoro necessario per costruire un progetto di qualità e le risorse disponibili rende poco conveniente affrontare un percorso così impegnativo.
Ed è qui che nasce il vero problema.
Quando le realtà più strutturate rinunciano a partecipare, non perdono soltanto loro.
Perde la città.
Perde la possibilità di attrarre competenze.
Perde l’occasione di creare partenariati.
Perde opportunità di innovazione.
Perde progetti che potrebbero trasformare realmente un quartiere, valorizzare un bene pubblico, creare un nuovo servizio o produrre sviluppo economico e culturale.
Questo non significa che i piccoli progetti siano inutili.
Al contrario.
Molti rispondono a bisogni concreti della comunità e meritano di essere sostenuti.
Il punto è un altro.
Accanto ai piccoli progetti dovrebbe esistere uno spazio dedicato alle grandi idee.
Il sistema seleziona inevitabilmente progetti piccoli
Forse questa è la riflessione più importante.
Spesso si pensa che il Bilancio Partecipativo premi i progetti migliori.
In realtà il sistema tende a selezionare i progetti che riescono ad adattarsi alle risorse disponibili.
Ecco perché vale la pena cambiare punto di osservazione.
Il sistema attuale non seleziona necessariamente i progetti migliori.
Seleziona inevitabilmente progetti piccoli, perché è costruito per finanziare progetti piccoli.
È una differenza sostanziale.
Le risorse economiche non determinano soltanto ciò che si può realizzare.
Determinano anche il livello delle idee che decidono di scendere in campo.
Se chiediamo progetti da cinquemila euro, arriveranno inevitabilmente progetti costruiti per quel livello di finanziamento.
Se invece il sistema offre la possibilità di realizzare interventi molto più importanti, cresceranno anche l’ambizione, la qualità della progettazione, le competenze coinvolte e la capacità di costruire reti tra associazioni, professionisti e imprese.
Una città cresce quando le istituzioni hanno il coraggio di chiedere ai propri cittadini non il progetto più economico, ma il progetto migliore.
Questa, probabilmente, è la vera sfida del Bilancio Partecipativo del futuro.
Le buone pratiche italiane: non conta quanto spende un Comune, ma come sceglie di investire
Ogni volta che si confronta Caltanissetta con realtà come Milano o Bologna, la prima obiezione è sempre la stessa:
“Noi non abbiamo le loro risorse.”
È un’osservazione corretta.
Nessuno pretende che un Comune di circa sessantamila abitanti possa destinare al Bilancio Partecipativo milioni di euro.
Il confronto, però, non riguarda il bilancio.
Riguarda il metodo.
Le esperienze maturate in numerosi Comuni italiani dimostrano che il Bilancio Partecipativo può essere molto più di uno strumento per distribuire piccoli contributi.
Può diventare un laboratorio permanente di innovazione civica, un’occasione per far crescere la qualità della progettazione e uno strumento capace di trasformare realmente il territorio.
Bologna: investire su progetti che lasciano il segno
L’esperienza di Bologna è probabilmente quella che meglio rappresenta questa filosofia.
Il Comune finanzia interventi di valore economico importante, destinando risorse consistenti ai progetti scelti dai cittadini e prevedendo ulteriori fondi per le attività di comunità.
Il messaggio è chiaro.
Non si finanziano semplicemente iniziative.
Si investe in interventi capaci di migliorare stabilmente i quartieri, creare servizi, riqualificare spazi pubblici e produrre benefici destinati a durare nel tempo.
Il dato economico è certamente significativo, ma non è l’aspetto più interessante.
Ciò che colpisce è il livello di ambizione richiesto ai cittadini.
Quando un’Amministrazione mette a disposizione risorse importanti, invita implicitamente la comunità a progettare in modo diverso.
A coinvolgere competenze.
A costruire partenariati.
A pensare in grande.
Vicenza: meno progetti, maggiore impatto
Anche Vicenza propone una riflessione interessante.
Il Comune ha scelto di finanziare un numero limitato di progetti, destinando però risorse molto più consistenti rispetto a quelle normalmente previste nei Bilanci Partecipativi tradizionali.
È una scelta che ribalta la logica abituale.
Non premiare il maggior numero possibile di iniziative.
Ma concentrare gli investimenti su interventi capaci di produrre un impatto concreto.
Inoltre ogni cittadino può esprimere più preferenze.
Una soluzione semplice che riduce la competizione tra associazioni e restituisce una fotografia più fedele delle priorità della comunità.
In una città come Caltanissetta, dove il mondo del volontariato, della cultura e dello sport è composto da persone che collaborano quotidianamente, un sistema di voto multiplo favorirebbe relazioni più collaborative e meno competitive.
Parma: il progetto non finisce con il voto
Tra le esperienze più interessanti c’è quella di Parma.
Qui il Bilancio Partecipativo non coincide con la sola fase della votazione.
Il Comune accompagna i cittadini nella costruzione delle proposte, promuove momenti di confronto, favorisce la coprogettazione e monitora lo stato di avanzamento degli interventi.
In altre parole, il Bilancio Partecipativo viene considerato un percorso.
Non un semplice bando.
È un modello che aiuta i cittadini a trasformare una buona idea in un progetto realmente realizzabile.
Ed è forse questo uno degli insegnamenti più importanti.
Le istituzioni non dovrebbero limitarsi a selezionare i progetti.
Dovrebbero aiutare i cittadini a costruire progetti migliori.
Pescara: quando cresce la partecipazione
Anche l’esperienza di Pescara offre uno spunto interessante.
L’aumento delle risorse disponibili ha favorito una crescita della partecipazione e della qualità delle proposte.
Il Comune accompagna il percorso con assemblee pubbliche, momenti di confronto e una graduatoria trasparente che permette ai cittadini di seguire l’intero iter.
È un esempio che dimostra come il Bilancio Partecipativo possa diventare anche uno strumento di educazione civica.
Non soltanto un’opportunità economica.
Milano: il coraggio di immaginare il futuro
Milano rappresenta un caso particolare.
Le dimensioni della città e le risorse disponibili sono evidentemente molto diverse da quelle di Caltanissetta.
Ed è proprio per questo che il confronto non deve essere fatto sui milioni di euro investiti.
Il vero insegnamento è un altro.
Milano ha dimostrato che quando un’Amministrazione mette i cittadini nelle condizioni di ragionare su progetti importanti, cambiano anche le aspettative dei progettisti.
Cambiano le competenze coinvolte.
Cambia il livello delle idee.
Cambia la qualità dei partenariati.
Non perché i milanesi siano più bravi dei nisseni.
Ma perché il sistema li invita a pensare in grande.
Ed è questo il principio che dovrebbe ispirare qualsiasi Bilancio Partecipativo.
L’ambizione amministrativa
Da queste esperienze emerge una riflessione che va oltre il confronto tra città grandi e piccole.
Il vero tema non è quanto denaro abbia a disposizione un’Amministrazione.
Il vero tema è quale obiettivo intenda perseguire.
Se il Bilancio Partecipativo viene concepito esclusivamente come uno strumento per distribuire piccoli contributi, continuerà inevitabilmente ad attrarre piccoli progetti.
Se invece diventa uno strumento di sviluppo, capace di sostenere progettualità importanti, cresceranno anche le aspettative dei cittadini.
Crescerà la qualità delle proposte.
Cresceranno le collaborazioni.
Crescerà la capacità di attrarre competenze.
Ed è qui che entra in gioco quella che potremmo definire ambizione amministrativa.
Nessuno immagina che domani il Comune di Caltanissetta possa trovare improvvisamente trecentomila euro nel proprio bilancio.
Ma un’Amministrazione può decidere di costruire un percorso.
Può programmare un incremento progressivo delle risorse.
Può cercare cofinanziamenti regionali.
Può partecipare a bandi nazionali.
Può intercettare fondi europei.
Può coinvolgere fondazioni, enti e soggetti privati interessati a sostenere progetti di interesse pubblico.
In altre parole, può scegliere di costruire le condizioni affinché il Bilancio Partecipativo cresca nel tempo.
L’obiettivo potrebbe essere quello di arrivare, nel giro di alcuni anni, a finanziare anche progetti da cinquanta, settantacinque o centomila euro.
Non perché servano cifre elevate per principio.
Ma perché quelle cifre cambiano il modo stesso di progettare.
Se chiediamo progetti da cinquemila euro, arriveranno inevitabilmente progetti pensati per cinquemila euro.
Se invece mettiamo i cittadini nelle condizioni di progettare interventi da centomila euro, arriveranno idee completamente diverse.
Arriveranno università.
Professionisti.
Reti associative.
Imprese.
Fondazioni.
Competenze.
È questo il vero salto di qualità.
Perché il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi a finanziare ciò che già esiste.
Dovrebbe creare le condizioni per far nascere ciò che oggi ancora non esiste.
Ed è probabilmente questa la più grande lezione che arriva dalle migliori esperienze italiane.
Le città non crescono soltanto grazie alle risorse economiche che possiedono.
Crescono quando le istituzioni hanno il coraggio di chiedere ai propri cittadini non il progetto più economico, ma il progetto migliore.
I milanesi non sono più intelligenti dei nisseni.
I bolognesi non sono più creativi dei nisseni.
La differenza è che, in alcune realtà, le istituzioni hanno scelto di offrire ai cittadini la possibilità di pensare in grande.
È la stessa opportunità che meriterebbe anche Caltanissetta.
Forse il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi a scegliere quali progetti finanziare. Dovrebbe diventare il luogo nel quale il Comune raccoglie le migliori idee della città. Alcune potranno essere finanziate attraverso il Bilancio Partecipativo, altre attraverso fondi regionali, europei, sponsorizzazioni o altri strumenti. In questo modo nessuna buona idea andrebbe perduta.
Una proposta per il futuro: dal Bilancio Partecipativo al Bilancio della Crescita
Ogni riflessione, se vuole essere utile, dovrebbe concludersi con una proposta.
Per questo motivo l’obiettivo di questo approfondimento non è limitarsi ad evidenziare ciò che potrebbe essere migliorato.
L’obiettivo è immaginare un percorso.
Non un cambiamento improvviso.
Ma una crescita progressiva.
Perché il Bilancio Partecipativo non è una fotografia.
È un processo.
E come tutti i processi può evolversi.
Prima proposta: due livelli di progettazione
Il Bilancio Partecipativo dovrebbe continuare a sostenere le piccole associazioni e le iniziative di quartiere.
Sono una ricchezza per la città e svolgono un ruolo sociale insostituibile.
Ma accanto a questa linea di finanziamento potrebbe nascerne una seconda.
Una linea dedicata ai Progetti Strategici.
Interventi di maggiore valore economico, destinati a partenariati tra associazioni, scuole, professionisti, imprese sociali, università e realtà del Terzo Settore.
L’obiettivo non sarebbe sostituire i piccoli progetti.
Sarebbe offrire alla città la possibilità di realizzare anche grandi progetti.
Perché una comunità cresce quando riesce a fare entrambe le cose.
Seconda proposta: costruire un percorso di crescita economica
Non sarebbe realistico chiedere al Comune di triplicare o quadruplicare il Bilancio Partecipativo nel giro di un anno.
Sarebbe invece realistico fissare un obiettivo.
Ad esempio.
Costruire, nell’arco di una legislatura, un Bilancio Partecipativo capace di raggiungere progressivamente duecentomila o trecentomila euro.
Non necessariamente attraverso il solo bilancio comunale.
Esistono fondi regionali.
Programmi nazionali.
Risorse europee.
Fondazioni.
Partenariati pubblico-privati.
Sponsorizzazioni.
Accordi con imprese.
Collaborazioni istituzionali.
Il ruolo dell’Amministrazione non dovrebbe limitarsi a distribuire le risorse disponibili.
Dovrebbe essere anche quello di cercarne di nuove.
Perché amministrare significa anche creare opportunità.
Terza proposta: premiare la qualità progettuale
Le grandi città dimostrano che quando aumentano le opportunità economiche cresce anche il livello della progettazione.
Le risorse economiche non determinano soltanto ciò che si può realizzare.
Determinano anche il livello delle idee che decidono di partecipare.
Se chiediamo progetti da cinquemila euro, arriveranno inevitabilmente progetti costruiti per quel livello di finanziamento.
Se invece offriamo la possibilità di realizzare interventi da cinquanta o centomila euro, nasceranno partenariati, reti di competenze e progettualità completamente diverse.
Non perché i cittadini diventino improvvisamente più bravi.
Ma perché vengono messi nelle condizioni di esserlo.
Quarta proposta: più preferenze per ogni cittadino
In una città come Caltanissetta il mondo del volontariato, della cultura e dello sport vive di relazioni.
Molte associazioni collaborano tra loro durante tutto l’anno.
Consentire una sola preferenza significa spesso costringere i cittadini a scegliere tra persone con cui condividono esperienze comuni.
Permettere tre o più preferenze renderebbe il voto più rappresentativo e favorirebbe un clima di maggiore collaborazione.
Il Bilancio Partecipativo dovrebbe unire la comunità.
Non metterla in competizione.
Quinta proposta: la comunicazione come investimento pubblico
Uno degli aspetti più trascurati riguarda la comunicazione.
Troppo spesso un progetto termina il giorno dell’inaugurazione.
Oppure resta conosciuto soltanto dai partecipanti.
È un’occasione persa.
Ogni progetto finanziato con risorse pubbliche appartiene alla collettività.
La collettività ha il diritto di conoscere come sono stati spesi quei fondi e quali risultati hanno prodotto.
Per questo motivo la comunicazione non dovrebbe essere finanziata sottraendo risorse ai singoli progetti.
Con contributi limitati sarebbe un errore.
La soluzione dovrebbe essere diversa.
Il Comune potrebbe istituire un fondo autonomo destinato esclusivamente alla comunicazione del Bilancio Partecipativo.
Un piano di comunicazione istituzionale capace di raccontare tutti i progetti attraverso articoli, fotografie, video, interviste, incontri pubblici, campagne social, podcast e rendicontazioni periodiche.
Non per fare pubblicità alle associazioni.
Ma per valorizzare il lavoro dei cittadini e rendere trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche.
La comunicazione, in questo caso, non è marketing.
È partecipazione.
È trasparenza.
È educazione civica.
Sesta proposta: accompagnare i cittadini
Le migliori esperienze italiane dimostrano che il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi alla raccolta delle proposte.
L’Amministrazione potrebbe organizzare incontri pubblici, laboratori di progettazione, momenti di confronto e percorsi di formazione.
Non tutti sanno scrivere un progetto.
Ma molti hanno ottime idee.
Aiutare i cittadini a trasformare un’intuizione in una proposta concreta significa aumentare la qualità complessiva del Bilancio Partecipativo.
Settima proposta: monitorare i risultati
Il rapporto tra Comune e cittadini non dovrebbe terminare con la proclamazione dei progetti vincitori.
Ogni progetto dovrebbe essere seguito fino alla conclusione.
E anche oltre.
Attraverso una pagina dedicata sul sito istituzionale si potrebbero pubblicare cronoprogrammi, fotografie, stato di avanzamento dei lavori, somme utilizzate, obiettivi raggiunti e risultati ottenuti.
Dopo dodici mesi l’Amministrazione potrebbe presentare una relazione pubblica sull’impatto prodotto dai progetti finanziati.
Quanti cittadini sono stati coinvolti.
Quali servizi sono rimasti attivi.
Quali benefici permanenti sono stati generati.
Perché il successo di un progetto non si misura soltanto dal giorno della sua inaugurazione.
Si misura soprattutto dal valore che continua a produrre nel tempo.
Ottava proposta: premiare chi costruisce reti
Le associazioni non dovrebbero sentirsi concorrenti.
Dovrebbero sentirsi partner.
Per questo motivo potrebbe essere utile attribuire un punteggio aggiuntivo ai progetti presentati da più soggetti insieme.
Una rete tra associazioni.
Una collaborazione con una scuola.
Un partenariato con un’università.
La partecipazione di professionisti.
Il coinvolgimento delle imprese.
Più cresce la rete.
Più cresce la qualità del progetto.
Più cresce la città.
Il vero obiettivo
Arrivati a questo punto emerge una domanda.
Qual è il vero obiettivo del Bilancio Partecipativo?
Distribuire contributi?
Oppure costruire una comunità più competente, più collaborativa e più capace di progettare il proprio futuro?
La risposta, probabilmente, è tutta qui.
Il Bilancio Partecipativo non dovrebbe essere considerato un semplice capitolo del bilancio comunale.
Dovrebbe diventare una politica pubblica permanente.
Uno strumento attraverso il quale la città investe sul proprio capitale umano.
Perché il vero patrimonio di Caltanissetta non sono soltanto le risorse economiche disponibili.
Sono le idee dei suoi cittadini.
Le loro competenze.
La loro creatività.
La loro capacità di collaborare.
La sfida
Le città migliori non crescono soltanto perché hanno più denaro.
Crescono perché hanno amministrazioni che sanno creare le condizioni affinché le idee migliori decidano di partecipare.
I milanesi non sono più intelligenti dei nisseni.
I bolognesi non sono più creativi dei nisseni.
Hanno semplicemente avuto amministrazioni che, attraverso strumenti come il Bilancio Partecipativo, hanno avuto il coraggio di chiedere ai propri cittadini non il progetto più economico, ma il progetto migliore.
Anche Caltanissetta può scegliere questa strada.
Non è una questione di bilancio.
È una questione di visione.
Perché il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi a distribuire risorse.
Dovrebbe diventare uno degli strumenti con cui una comunità costruisce il proprio futuro.
E forse questa è la sfida più bella che un’Amministrazione possa lanciare ai propri cittadini:
non chiedere semplicemente di votare.
Ma offrire loro la possibilità di pensare in grande, progettare in grande e realizzare in grande.
Perché il valore di una città non si misura soltanto da quanto spende.
Si misura soprattutto dalla fiducia che ripone nelle idee dei propri cittadini.
Forse il Bilancio Partecipativo dovrebbe essere considerato, prima ancora che uno strumento di finanziamento, un’occasione per raccogliere le migliori idee della città. Alcune potranno essere realizzate subito, altre richiederanno più tempo o altre fonti di finanziamento. Ma nessuna buona idea dovrebbe andare perduta
Bilancio Partecipativo: ai cittadini non basta votare, bisogna dare loro la possibilità di costruire il futuro della città
Il Bilancio Partecipativo rappresenta una delle innovazioni più importanti introdotte negli ultimi anni nella pubblica amministrazione italiana.
È uno strumento semplice nella sua impostazione ma straordinariamente moderno nella sua filosofia: destinare una parte delle risorse comunali a progetti proposti e scelti direttamente dai cittadini.
Per qualche settimana il Comune cede simbolicamente una parte del proprio potere decisionale e invita la comunità a partecipare non soltanto con il voto, ma anche con le idee.
È una forma di democrazia partecipata che rafforza il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, responsabilizza il territorio e stimola la partecipazione attiva.
Per questo motivo il Bilancio Partecipativo non deve essere considerato un semplice bando pubblico.
È molto di più.
È uno strumento attraverso il quale una comunità può immaginare il proprio futuro.
Ed è proprio perché crediamo profondamente in questa idea che riteniamo sia arrivato il momento di aprire una riflessione su come renderla ancora più efficace.
Queste considerazioni non rappresentano una critica all’Amministrazione comunale né mettono in discussione il valore del Bilancio Partecipativo, che resta una delle migliori opportunità offerte ai cittadini.
Al contrario.
Nascono dalla convinzione che questo strumento possa crescere e diventare uno dei principali motori dello sviluppo culturale, sociale ed economico della città.

La situazione di Caltanissetta
Per l’edizione 2026 il Comune di Caltanissetta ha destinato al Bilancio Partecipativo 37.100 euro.
Sono state ammesse ventisei proposte progettuali e ogni cittadino può esprimere una sola preferenza.
L’Amministrazione ha inoltre evidenziato un dato molto positivo: le proposte presentate sono aumentate rispetto all’anno precedente, segno che la partecipazione dei cittadini continua a crescere.
È un risultato che merita di essere sottolineato.
Perché dimostra che associazioni, volontariato, operatori culturali e cittadini credono ancora in questo strumento.
Ma proprio questo successo impone una riflessione.
La domanda non è più se il Bilancio Partecipativo funzioni.
La vera domanda è un’altra.
Può diventare ancora più efficace?
Secondo noi la risposta è sì.
Dal numero dei progetti al valore dei progetti
Per molti anni il successo del Bilancio Partecipativo è stato misurato soprattutto dal numero delle iniziative finanziate.
Più progetti significavano maggiore partecipazione.
È una logica comprensibile.
Ma oggi forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva.
La domanda non dovrebbe più essere:
Quanti progetti riusciamo a finanziare?
Dovrebbe diventare:
Quale cambiamento lasceranno questi progetti alla città tra cinque o dieci anni?
Sono due domande profondamente diverse.
La prima misura la quantità.
La seconda misura il valore.
Quando le risorse disponibili vengono distribuite su molti piccoli contributi si riesce certamente a coinvolgere un numero maggiore di associazioni.
Ma si corre anche un rischio.
Quello di finanziare iniziative che, pur meritorie e spesso molto apprezzate, esauriscono i propri effetti con la conclusione dell’evento.
Un laboratorio.
Una manifestazione.
Un incontro.
Un’iniziativa culturale.
Esperienze certamente utili, ma che difficilmente lasciano un’eredità permanente per la comunità.
Il Bilancio Partecipativo potrebbe invece diventare qualcosa di diverso.
Uno strumento capace di generare opere, servizi, percorsi, attività permanenti e progetti destinati a produrre benefici anche negli anni successivi.
Non è una questione di quantità.
È una questione di impatto.
Le grandi idee hanno bisogno delle condizioni giuste
Uno degli aspetti sui quali vale la pena riflettere riguarda il valore economico dei singoli progetti.
Quando il contributo massimo disponibile è limitato a poche migliaia di euro, inevitabilmente anche il livello della progettazione tende ad adattarsi.
Non è un limite delle associazioni.
Non è una mancanza di creatività.
È una conseguenza naturale del sistema.
Le organizzazioni che possiedono competenze progettuali elevate, che potrebbero coinvolgere professionisti, tecnici, università, imprese, fondazioni o reti associative, spesso scelgono di non partecipare.
Non perché manchino le idee.
Ma perché il rapporto tra il lavoro necessario per costruire un progetto di qualità e le risorse disponibili rende poco conveniente affrontare un percorso così impegnativo.
Ed è qui che nasce il vero problema.
Quando le realtà più strutturate rinunciano a partecipare, non perdono soltanto loro.
Perde la città.
Perde la possibilità di attrarre competenze.
Perde l’occasione di creare partenariati.
Perde opportunità di innovazione.
Perde progetti che potrebbero trasformare realmente un quartiere, valorizzare un bene pubblico, creare un nuovo servizio o produrre sviluppo economico e culturale.
Questo non significa che i piccoli progetti siano inutili.
Al contrario.
Molti rispondono a bisogni concreti della comunità e meritano di essere sostenuti.
Il punto è un altro.
Accanto ai piccoli progetti dovrebbe esistere uno spazio dedicato alle grandi idee.
Il sistema seleziona inevitabilmente progetti piccoli
Forse questa è la riflessione più importante.
Spesso si pensa che il Bilancio Partecipativo premi i progetti migliori.
In realtà il sistema tende a selezionare i progetti che riescono ad adattarsi alle risorse disponibili.
Ecco perché vale la pena cambiare punto di osservazione.
Il sistema attuale non seleziona necessariamente i progetti migliori.
Seleziona inevitabilmente progetti piccoli, perché è costruito per finanziare progetti piccoli.
È una differenza sostanziale.
Le risorse economiche non determinano soltanto ciò che si può realizzare.
Determinano anche il livello delle idee che decidono di scendere in campo.
Se chiediamo progetti da cinquemila euro, arriveranno inevitabilmente progetti costruiti per quel livello di finanziamento.
Se invece il sistema offre la possibilità di realizzare interventi molto più importanti, cresceranno anche l’ambizione, la qualità della progettazione, le competenze coinvolte e la capacità di costruire reti tra associazioni, professionisti e imprese.
Una città cresce quando le istituzioni hanno il coraggio di chiedere ai propri cittadini non il progetto più economico, ma il progetto migliore.
Questa, probabilmente, è la vera sfida del Bilancio Partecipativo del futuro.
Le buone pratiche italiane: non conta quanto spende un Comune, ma come sceglie di investire
Ogni volta che si confronta Caltanissetta con realtà come Milano o Bologna, la prima obiezione è sempre la stessa:
“Noi non abbiamo le loro risorse.”
È un’osservazione corretta.
Nessuno pretende che un Comune di circa sessantamila abitanti possa destinare al Bilancio Partecipativo milioni di euro.
Il confronto, però, non riguarda il bilancio.
Riguarda il metodo.
Le esperienze maturate in numerosi Comuni italiani dimostrano che il Bilancio Partecipativo può essere molto più di uno strumento per distribuire piccoli contributi.
Può diventare un laboratorio permanente di innovazione civica, un’occasione per far crescere la qualità della progettazione e uno strumento capace di trasformare realmente il territorio.
Bologna: investire su progetti che lasciano il segno
L’esperienza di Bologna è probabilmente quella che meglio rappresenta questa filosofia.
Il Comune finanzia interventi di valore economico importante, destinando risorse consistenti ai progetti scelti dai cittadini e prevedendo ulteriori fondi per le attività di comunità.
Il messaggio è chiaro.
Non si finanziano semplicemente iniziative.
Si investe in interventi capaci di migliorare stabilmente i quartieri, creare servizi, riqualificare spazi pubblici e produrre benefici destinati a durare nel tempo.
Il dato economico è certamente significativo, ma non è l’aspetto più interessante.
Ciò che colpisce è il livello di ambizione richiesto ai cittadini.
Quando un’Amministrazione mette a disposizione risorse importanti, invita implicitamente la comunità a progettare in modo diverso.
A coinvolgere competenze.
A costruire partenariati.
A pensare in grande.
Vicenza: meno progetti, maggiore impatto
Anche Vicenza propone una riflessione interessante.
Il Comune ha scelto di finanziare un numero limitato di progetti, destinando però risorse molto più consistenti rispetto a quelle normalmente previste nei Bilanci Partecipativi tradizionali.
È una scelta che ribalta la logica abituale.
Non premiare il maggior numero possibile di iniziative.
Ma concentrare gli investimenti su interventi capaci di produrre un impatto concreto.
Inoltre ogni cittadino può esprimere più preferenze.
Una soluzione semplice che riduce la competizione tra associazioni e restituisce una fotografia più fedele delle priorità della comunità.
In una città come Caltanissetta, dove il mondo del volontariato, della cultura e dello sport è composto da persone che collaborano quotidianamente, un sistema di voto multiplo favorirebbe relazioni più collaborative e meno competitive.
Parma: il progetto non finisce con il voto
Tra le esperienze più interessanti c’è quella di Parma.
Qui il Bilancio Partecipativo non coincide con la sola fase della votazione.
Il Comune accompagna i cittadini nella costruzione delle proposte, promuove momenti di confronto, favorisce la coprogettazione e monitora lo stato di avanzamento degli interventi.
In altre parole, il Bilancio Partecipativo viene considerato un percorso.
Non un semplice bando.
È un modello che aiuta i cittadini a trasformare una buona idea in un progetto realmente realizzabile.
Ed è forse questo uno degli insegnamenti più importanti.
Le istituzioni non dovrebbero limitarsi a selezionare i progetti.
Dovrebbero aiutare i cittadini a costruire progetti migliori.
Pescara: quando cresce la partecipazione
Anche l’esperienza di Pescara offre uno spunto interessante.
L’aumento delle risorse disponibili ha favorito una crescita della partecipazione e della qualità delle proposte.
Il Comune accompagna il percorso con assemblee pubbliche, momenti di confronto e una graduatoria trasparente che permette ai cittadini di seguire l’intero iter.
È un esempio che dimostra come il Bilancio Partecipativo possa diventare anche uno strumento di educazione civica.
Non soltanto un’opportunità economica.
Milano: il coraggio di immaginare il futuro
Milano rappresenta un caso particolare.
Le dimensioni della città e le risorse disponibili sono evidentemente molto diverse da quelle di Caltanissetta.
Ed è proprio per questo che il confronto non deve essere fatto sui milioni di euro investiti.
Il vero insegnamento è un altro.
Milano ha dimostrato che quando un’Amministrazione mette i cittadini nelle condizioni di ragionare su progetti importanti, cambiano anche le aspettative dei progettisti.
Cambiano le competenze coinvolte.
Cambia il livello delle idee.
Cambia la qualità dei partenariati.
Non perché i milanesi siano più bravi dei nisseni.
Ma perché il sistema li invita a pensare in grande.
Ed è questo il principio che dovrebbe ispirare qualsiasi Bilancio Partecipativo.
L’ambizione amministrativa
Da queste esperienze emerge una riflessione che va oltre il confronto tra città grandi e piccole.
Il vero tema non è quanto denaro abbia a disposizione un’Amministrazione.
Il vero tema è quale obiettivo intenda perseguire.
Se il Bilancio Partecipativo viene concepito esclusivamente come uno strumento per distribuire piccoli contributi, continuerà inevitabilmente ad attrarre piccoli progetti.
Se invece diventa uno strumento di sviluppo, capace di sostenere progettualità importanti, cresceranno anche le aspettative dei cittadini.
Crescerà la qualità delle proposte.
Cresceranno le collaborazioni.
Crescerà la capacità di attrarre competenze.
Ed è qui che entra in gioco quella che potremmo definire ambizione amministrativa.
Nessuno immagina che domani il Comune di Caltanissetta possa trovare improvvisamente trecentomila euro nel proprio bilancio.
Ma un’Amministrazione può decidere di costruire un percorso.
Può programmare un incremento progressivo delle risorse.
Può cercare cofinanziamenti regionali.
Può partecipare a bandi nazionali.
Può intercettare fondi europei.
Può coinvolgere fondazioni, enti e soggetti privati interessati a sostenere progetti di interesse pubblico.
In altre parole, può scegliere di costruire le condizioni affinché il Bilancio Partecipativo cresca nel tempo.
L’obiettivo potrebbe essere quello di arrivare, nel giro di alcuni anni, a finanziare anche progetti da cinquanta, settantacinque o centomila euro.
Non perché servano cifre elevate per principio.
Ma perché quelle cifre cambiano il modo stesso di progettare.
Se chiediamo progetti da cinquemila euro, arriveranno inevitabilmente progetti pensati per cinquemila euro.
Se invece mettiamo i cittadini nelle condizioni di progettare interventi da centomila euro, arriveranno idee completamente diverse.
Arriveranno università.
Professionisti.
Reti associative.
Imprese.
Fondazioni.
Competenze.
È questo il vero salto di qualità.
Perché il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi a finanziare ciò che già esiste.
Dovrebbe creare le condizioni per far nascere ciò che oggi ancora non esiste.
Ed è probabilmente questa la più grande lezione che arriva dalle migliori esperienze italiane.
Le città non crescono soltanto grazie alle risorse economiche che possiedono.
Crescono quando le istituzioni hanno il coraggio di chiedere ai propri cittadini non il progetto più economico, ma il progetto migliore.
I milanesi non sono più intelligenti dei nisseni.
I bolognesi non sono più creativi dei nisseni.
La differenza è che, in alcune realtà, le istituzioni hanno scelto di offrire ai cittadini la possibilità di pensare in grande.
È la stessa opportunità che meriterebbe anche Caltanissetta.
Forse il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi a scegliere quali progetti finanziare. Dovrebbe diventare il luogo nel quale il Comune raccoglie le migliori idee della città. Alcune potranno essere finanziate attraverso il Bilancio Partecipativo, altre attraverso fondi regionali, europei, sponsorizzazioni o altri strumenti. In questo modo nessuna buona idea andrebbe perduta.
Una proposta per il futuro: dal Bilancio Partecipativo al Bilancio della Crescita
Ogni riflessione, se vuole essere utile, dovrebbe concludersi con una proposta.
Per questo motivo l’obiettivo di questo approfondimento non è limitarsi ad evidenziare ciò che potrebbe essere migliorato.
L’obiettivo è immaginare un percorso.
Non un cambiamento improvviso.
Ma una crescita progressiva.
Perché il Bilancio Partecipativo non è una fotografia.
È un processo.
E come tutti i processi può evolversi.
Prima proposta: due livelli di progettazione
Il Bilancio Partecipativo dovrebbe continuare a sostenere le piccole associazioni e le iniziative di quartiere.
Sono una ricchezza per la città e svolgono un ruolo sociale insostituibile.
Ma accanto a questa linea di finanziamento potrebbe nascerne una seconda.
Una linea dedicata ai Progetti Strategici.
Interventi di maggiore valore economico, destinati a partenariati tra associazioni, scuole, professionisti, imprese sociali, università e realtà del Terzo Settore.
L’obiettivo non sarebbe sostituire i piccoli progetti.
Sarebbe offrire alla città la possibilità di realizzare anche grandi progetti.
Perché una comunità cresce quando riesce a fare entrambe le cose.
Seconda proposta: costruire un percorso di crescita economica
Non sarebbe realistico chiedere al Comune di triplicare o quadruplicare il Bilancio Partecipativo nel giro di un anno.
Sarebbe invece realistico fissare un obiettivo.
Ad esempio.
Costruire, nell’arco di una legislatura, un Bilancio Partecipativo capace di raggiungere progressivamente duecentomila o trecentomila euro.
Non necessariamente attraverso il solo bilancio comunale.
Esistono fondi regionali.
Programmi nazionali.
Risorse europee.
Fondazioni.
Partenariati pubblico-privati.
Sponsorizzazioni.
Accordi con imprese.
Collaborazioni istituzionali.
Il ruolo dell’Amministrazione non dovrebbe limitarsi a distribuire le risorse disponibili.
Dovrebbe essere anche quello di cercarne di nuove.
Perché amministrare significa anche creare opportunità.
Terza proposta: premiare la qualità progettuale
Le grandi città dimostrano che quando aumentano le opportunità economiche cresce anche il livello della progettazione.
Le risorse economiche non determinano soltanto ciò che si può realizzare.
Determinano anche il livello delle idee che decidono di partecipare.
Se chiediamo progetti da cinquemila euro, arriveranno inevitabilmente progetti costruiti per quel livello di finanziamento.
Se invece offriamo la possibilità di realizzare interventi da cinquanta o centomila euro, nasceranno partenariati, reti di competenze e progettualità completamente diverse.
Non perché i cittadini diventino improvvisamente più bravi.
Ma perché vengono messi nelle condizioni di esserlo.
Quarta proposta: più preferenze per ogni cittadino
In una città come Caltanissetta il mondo del volontariato, della cultura e dello sport vive di relazioni.
Molte associazioni collaborano tra loro durante tutto l’anno.
Consentire una sola preferenza significa spesso costringere i cittadini a scegliere tra persone con cui condividono esperienze comuni.
Permettere tre o più preferenze renderebbe il voto più rappresentativo e favorirebbe un clima di maggiore collaborazione.
Il Bilancio Partecipativo dovrebbe unire la comunità.
Non metterla in competizione.
Quinta proposta: la comunicazione come investimento pubblico
Uno degli aspetti più trascurati riguarda la comunicazione.
Troppo spesso un progetto termina il giorno dell’inaugurazione.
Oppure resta conosciuto soltanto dai partecipanti.
È un’occasione persa.
Ogni progetto finanziato con risorse pubbliche appartiene alla collettività.
La collettività ha il diritto di conoscere come sono stati spesi quei fondi e quali risultati hanno prodotto.
Per questo motivo la comunicazione non dovrebbe essere finanziata sottraendo risorse ai singoli progetti.
Con contributi limitati sarebbe un errore.
La soluzione dovrebbe essere diversa.
Il Comune potrebbe istituire un fondo autonomo destinato esclusivamente alla comunicazione del Bilancio Partecipativo.
Un piano di comunicazione istituzionale capace di raccontare tutti i progetti attraverso articoli, fotografie, video, interviste, incontri pubblici, campagne social, podcast e rendicontazioni periodiche.
Non per fare pubblicità alle associazioni.
Ma per valorizzare il lavoro dei cittadini e rendere trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche.
La comunicazione, in questo caso, non è marketing.
È partecipazione.
È trasparenza.
È educazione civica.
Sesta proposta: accompagnare i cittadini
Le migliori esperienze italiane dimostrano che il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi alla raccolta delle proposte.
L’Amministrazione potrebbe organizzare incontri pubblici, laboratori di progettazione, momenti di confronto e percorsi di formazione.
Non tutti sanno scrivere un progetto.
Ma molti hanno ottime idee.
Aiutare i cittadini a trasformare un’intuizione in una proposta concreta significa aumentare la qualità complessiva del Bilancio Partecipativo.
Settima proposta: monitorare i risultati
Il rapporto tra Comune e cittadini non dovrebbe terminare con la proclamazione dei progetti vincitori.
Ogni progetto dovrebbe essere seguito fino alla conclusione.
E anche oltre.
Attraverso una pagina dedicata sul sito istituzionale si potrebbero pubblicare cronoprogrammi, fotografie, stato di avanzamento dei lavori, somme utilizzate, obiettivi raggiunti e risultati ottenuti.
Dopo dodici mesi l’Amministrazione potrebbe presentare una relazione pubblica sull’impatto prodotto dai progetti finanziati.
Quanti cittadini sono stati coinvolti.
Quali servizi sono rimasti attivi.
Quali benefici permanenti sono stati generati.
Perché il successo di un progetto non si misura soltanto dal giorno della sua inaugurazione.
Si misura soprattutto dal valore che continua a produrre nel tempo.
Ottava proposta: premiare chi costruisce reti
Le associazioni non dovrebbero sentirsi concorrenti.
Dovrebbero sentirsi partner.
Per questo motivo potrebbe essere utile attribuire un punteggio aggiuntivo ai progetti presentati da più soggetti insieme.
Una rete tra associazioni.
Una collaborazione con una scuola.
Un partenariato con un’università.
La partecipazione di professionisti.
Il coinvolgimento delle imprese.
Più cresce la rete.
Più cresce la qualità del progetto.
Più cresce la città.
Il vero obiettivo
Arrivati a questo punto emerge una domanda.
Qual è il vero obiettivo del Bilancio Partecipativo?
Distribuire contributi?
Oppure costruire una comunità più competente, più collaborativa e più capace di progettare il proprio futuro?
La risposta, probabilmente, è tutta qui.
Il Bilancio Partecipativo non dovrebbe essere considerato un semplice capitolo del bilancio comunale.
Dovrebbe diventare una politica pubblica permanente.
Uno strumento attraverso il quale la città investe sul proprio capitale umano.
Perché il vero patrimonio di Caltanissetta non sono soltanto le risorse economiche disponibili.
Sono le idee dei suoi cittadini.
Le loro competenze.
La loro creatività.
La loro capacità di collaborare.
La sfida
Le città migliori non crescono soltanto perché hanno più denaro.
Crescono perché hanno amministrazioni che sanno creare le condizioni affinché le idee migliori decidano di partecipare.
I milanesi non sono più intelligenti dei nisseni.
I bolognesi non sono più creativi dei nisseni.
Hanno semplicemente avuto amministrazioni che, attraverso strumenti come il Bilancio Partecipativo, hanno avuto il coraggio di chiedere ai propri cittadini non il progetto più economico, ma il progetto migliore.
Anche Caltanissetta può scegliere questa strada.
Non è una questione di bilancio.
È una questione di visione.
Perché il Bilancio Partecipativo non dovrebbe limitarsi a distribuire risorse.
Dovrebbe diventare uno degli strumenti con cui una comunità costruisce il proprio futuro.
E forse questa è la sfida più bella che un’Amministrazione possa lanciare ai propri cittadini:
non chiedere semplicemente di votare.
Ma offrire loro la possibilità di pensare in grande, progettare in grande e realizzare in grande.
Perché il valore di una città non si misura soltanto da quanto spende.
Si misura soprattutto dalla fiducia che ripone nelle idee dei propri cittadini.
Forse il Bilancio Partecipativo dovrebbe essere considerato, prima ancora che uno strumento di finanziamento, un’occasione per raccogliere le migliori idee della città. Alcune potranno essere realizzate subito, altre richiederanno più tempo o altre fonti di finanziamento. Ma nessuna buona idea dovrebbe andare perduta

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