Piero Lipera (DC): “Senza riforme vere il giudice non potrà mai essere davvero imparziale”
La spiegazione più chiara della necessità di riformare la giustizia italiana non arriva da un trattato giuridico, ma da un’immagine semplice, quotidiana, quasi domestica. A raccontarla è Piero Lipera, avvocato e coordinatore provinciale della Democrazia Cristiana, nel corso di una video-intervista che entra nel merito di uno dei temi più delicati del dibattito pubblico: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
«Io, da avvocato, per parlare con un giudice devo chiedere un appuntamento, passare dalla segreteria, andare con il massimo rispetto.
Un pubblico ministero, invece, bussa alla porta: “collega, andiamo a prendere un caffè”».
Un’allegoria immediata, comprensibile a chiunque, che mette a nudo il nodo centrale del sistema: giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, condividono percorso di carriera, cultura professionale e spesso rapporti personali. Un dato che, secondo Lipera, rende impossibile garantire fino in fondo la terzietà del giudice, che dovrebbe essere arbitro equidistante tra accusa e difesa.
Un’anomalia tutta italiana
L’attuale assetto della giustizia italiana viene definito da Lipera un vero e proprio retaggio storico, un modello inquisitorio figlio di una tradizione giuridica risalente al periodo fascista. Un paradosso che oggi vede questo impianto difeso proprio da settori politici che storicamente si richiamano a valori di garanzia e tutela dei diritti.
«Accusa e giudizio sono funzioni dello stesso Stato e dello stesso ordine giudiziario.
È evidente che così il giudice non può essere realmente terzo».
Portare l’Italia dentro i canoni di una corretta legalità, sostiene Lipera, significa ricostruire un equilibrio autentico tra le parti, dove accusa e difesa abbiano realmente gli stessi diritti, gli stessi poteri e le stesse facoltà. Una condizione che oggi, a suo giudizio, è sotto gli occhi di tutti.
Guardare ai modelli più evoluti
Nel ragionamento del coordinatore provinciale della DC c’è anche uno sguardo ai sistemi giuridici stranieri considerati più evoluti, come quello statunitense. In quei modelli, ricorda Lipera, le indagini sono condotte dalle forze di polizia giudiziaria, mentre il pubblico ministero ha un ruolo strettamente processuale: valutare se le prove raccolte siano sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio.
Una distinzione netta di ruoli che riduce la concentrazione di potere e restituisce centralità al processo come luogo di confronto paritario, non come estensione dell’attività investigativa.
Terzietà e legami territoriali
Ma la separazione delle carriere, per Lipera, non basta da sola. La terzietà del giudicante deve riguardare anche i rapporti con il territorio. Qui entra in gioco un altro esempio concreto: quello delle forze dell’ordine.
Un appuntato dei Carabinieri o un sottufficiale della Guardia di Finanza, per legge, non può prestare servizio nel luogo in cui è cresciuto, proprio per evitare condizionamenti, pressioni e legami personali.
«Questo principio dovrebbe valere anche per chi indaga e per chi giudica».
Ridurre il peso delle relazioni locali, delle consuetudini ambientali e dei rapporti personali significherebbe, secondo Lipera, aumentare immediatamente la credibilità della giustizia agli occhi dei cittadini.
Correnti, CSM e il caso Palamara
Altro punto centrale dell’analisi è il tema delle correnti interne alla magistratura. Lipera richiama esplicitamente il caso Palamara, definendolo lo scoperchiamento di un sistema che per anni ha governato le nomine apicali attraverso logiche di appartenenza e non di merito.
«La scelta dei capi delle procure avviene nel CSM per lottizzazione, non per merito».
Il timore che la riforma possa assoggettare la magistratura al potere politico viene respinto con decisione: il referendum, al contrario, libererebbe la magistratura dal potere delle correnti, restituendo centralità al merito e alla professionalità.
Tribunali chiusi e giustizia congestionata
Accanto ai nodi istituzionali, Lipera denuncia anche il progressivo impoverimento strutturale della giustizia. Negli ultimi anni, a causa dei vincoli di bilancio, sono state chiuse sezioni distaccate, accorpati tribunali e ridotti gli uffici giudiziari.
Il risultato è una macchina congestionata, con carichi di lavoro ormai insostenibili:
«Ci sono giudici che tengono udienza con 60 o 70 cause assieme.
È evidente che in queste condizioni il lavoro non può essere ottimale».
Una situazione che non produce solo ritardi, ma rischia di incidere anche sulla qualità delle decisioni, alimentando sfiducia e senso di ingiustizia diffusa.
Investire sulla giustizia per renderla migliore
La conclusione di Lipera è netta e tutt’altro che ideologica: senza investimenti reali ogni riforma resta incompleta. Servono nuovi tribunali, nuovi giudici, più personale amministrativo e più forze di polizia giudiziaria.
Separare le carriere, ridurre il peso delle correnti, garantire terzietà anche sul piano territoriale e rafforzare la presenza dello Stato nei territori: solo così, sostiene il coordinatore provinciale della DC, la giustizia italiana potrà tornare a essere percepita come autorevole, credibile e davvero uguale per tutti.

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