Settembre 9, 2026

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La città Informata

Il clima cambia, la memoria pure: siccità, ghiacciai e qualche asino che rischia di cadere

Dai fiumi in secca di un secolo fa alle Alpi attraversate da Annibale, dalla Groenlandia dei Vichinghi alla grande siccità europea del 1921. Il cambiamento climatico antropico è scientificamente documentato. Ma questo significa che ogni siccità, ogni fiume in magra e ogni inverno anomalo siano fenomeni mai esistiti prima?

Prima di cominciare

Siamo in estate e, puntualmente, tornano le immagini dei fiumi in magra, dei laghi con meno acqua, dei terreni aridi e dei ghiacciai in ritirata. Immagini che vengono spesso accompagnate dalla stessa spiegazione: è il cambiamento climatico.

Tra qualche mese, con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno, se le piogge saranno particolarmente intense e qualche fiume supererà gli argini, probabilmente sentiremo ancora la stessa spiegazione: è il cambiamento climatico.

Se nevicherà poco, sarà il cambiamento climatico. Se arriveranno precipitazioni eccezionali, sarà il cambiamento climatico. Se avremo una lunga siccità, sarà il cambiamento climatico; se avremo un’alluvione, anche.

Può essere. E in molti casi la scienza ci dice che il riscaldamento globale può effettivamente modificare probabilità e intensità di determinati fenomeni estremi.

Ma proprio perché il cambiamento climatico è una questione seria, abbiamo voluto porci una domanda altrettanto seria:

prima di attribuire ciò che osserviamo oggi a qualcosa di nuovo, sappiamo davvero che cosa accadeva ieri?

Quanto erano pieni i nostri fiumi cento anni fa? Esistevano già grandi siccità? I ghiacciai sono sempre rimasti nella stessa posizione? Le Alpi erano sempre innevate nello stesso periodo? Quanto oscillava naturalmente il clima europeo prima che le attività umane assumessero le dimensioni attuali?

Abbiamo quindi deciso di fare una cosa molto semplice.

Siamo andati indietro nel tempo.

E abbiamo scoperto che qualche volta il clima cambia.

Ma, forse, la memoria cambia ancora più velocemente.

Ogni estate particolarmente calda porta con sé immagini ormai familiari: fiumi ridotti a rigagnoli, letti di ghiaia scoperti, laghi sotto i livelli abituali, ghiacciai arretrati.

Le fotografie sono potenti.

Ma una fotografia racconta il clima oppure racconta ciò che stava accadendo in quel luogo e in quel momento?

La domanda non nasce dalla volontà di negare il cambiamento climatico né il contributo delle attività umane al riscaldamento contemporaneo. Le evidenze scientifiche sull’influenza antropica sono solide. E non vogliamo soffermarci alle tunichette che mettevano i Romani mentre costruivano l’Impero Romano.

Nasce invece da un dubbio molto più semplice:

prima di definire un fenomeno eccezionale, abbiamo controllato quanto fosse eccezionale in passato?

E qui comincia il nostro viaggio, che in realtà è molto più antico di quanto siamo abituati a pensare: già Babilonesi ed Egizi osservavano le piene del Tigri, dell’Eufrate e del Nilo, cercando di interpretarne i cicli e forse ponendosi domande non troppo diverse dalle nostre.

E le Piramidi? Attenzione a immaginare il passato con gli occhi di oggi

Facciamo un salto ancora più indietro nel tempo.

Quando venne costruita la Grande Piramide di Giza, intorno al 2600-2500 a.C., il paesaggio che circondava le piramidi non era quello che siamo abituati a vedere nelle fotografie contemporanee.

Il Nilo e alcuni suoi rami scorrevano molto più vicino ai complessi piramidali. Studi archeologici e paleoidrologici hanno ricostruito l’esistenza di corsi d’acqua, bacini e approdi che consentivano di trasportare uomini, derrate e materiali verso i grandi cantieri.

E questo ci porta a una domanda molto concreta.

Come si potevano nutrire per anni migliaia di persone impegnate nella costruzione delle piramidi?

Prima, però, sfatiamo un’immagine cinematografica: oggi gli archeologi non descrivono semplicemente i costruttori delle piramidi come sterminate masse di schiavi costretti al lavoro. Gli scavi hanno restituito testimonianze di una forza lavoro organizzata, con insediamenti, panifici, magazzini e sistemi di approvvigionamento.

E non vivevano certamente di soli datteri.

Pane e birra prodotti dai cereali costituivano componenti fondamentali dell’alimentazione, insieme a legumi, pesce e, in determinate circostanze, carne. Per mantenere una simile organizzazione servivano agricoltura, allevamento, acqua e una rete logistica capace di trasferire enormi quantità di alimenti.

In altre parole, Giza non era un cantiere isolato in mezzo a un infinito deserto senza vita.

Accanto all’altopiano arido esisteva il mondo fertile della valle del Nilo.

E la neve della nostra immagine?

Qui dobbiamo essere molto chiari.

Una nevicata occasionale non trasformerebbe automaticamente l’Egitto in un paese dal clima nord-europeo. Anche in regioni generalmente calde possono verificarsi eventi meteorologici eccezionali.

Ma non possediamo prove che documentino una nevicata a Giza durante la costruzione delle piramidi.

L’immagine che accompagna questo articolo è quindi volutamente una provocazione: abbiamo chiesto alla nostra Intelligenza Artificiale di immaginare come avrebbe potuto apparire quel paesaggio durante un ipotetico e rarissimo episodio nevoso.

La parte interessante non è la neve.

È tutto ciò che rimane visibile sotto di essa: acqua, campi, insediamenti, animali, barche, uomini e un’organizzazione agricola capace di sostenere uno dei più grandi cantieri della storia.

Ed è proprio questo piccolo esperimento visivo a ricordarci ancora una volta la regola dalla quale siamo partiti:

non possiamo ricostruire il clima di migliaia di anni fa guardando il paesaggio di oggi.

Ma non possiamo fare neppure il contrario: immaginare il passato come vogliamo e trasformare un’immagine suggestiva in una prova scientifica.

Per questo la nostra Giza innevata è dichiaratamente un gioco.

I cambiamenti del paesaggio e dell’idrografia sono materia di studio. La neve sulle nostre piramidi, invece, ce l’abbiamo messa noi.

Annibale, 218 avanti Cristo: attraversare le Alpi con gli elefanti

Nell’autunno del 218 a.C. Annibale Barca arrivò davanti alle Alpi.

Non proveniva dall’Africa.

Era partito dalla penisola iberica, dove Cartagine possedeva importanti territori e dove Annibale aveva la propria base a Qart Hadasht, l’odierna Cartagena.

Il suo esercito aveva già percorso un viaggio impressionante: penisola iberica, Ebro, Pirenei, Gallia meridionale, Rodano e infine Alpi.

E con lui viaggiavano anche gli elefanti.

Sul valico esatto utilizzato si discute ancora. Tra le ipotesi figurano il Col du Clapier e, secondo alcune ricerche, il Colle delle Traversette, a quasi 3.000 metri di quota.

Peccato che nel 218 avanti Cristo non ci fosse ancora Robert Capa a documentare la traversata.

Possiamo soltanto immaginare uno dei grandi fotografi di guerra del Novecento davanti a quella scena: un abitante delle montagne che indica ad Annibale la strada, mentre dietro aspettano soldati, cavalli ed elefanti.

La nostra immagine gioca proprio su questa fotografia impossibile: se Capa fosse stato sulle Alpi con Annibale.

È naturalmente una ricostruzione fotorealistica realizzata mediante Intelligenza Artificiale, non un documento storico.

Ma attenzione.

Annibale non dimostra che nel 218 a.C. sulle Alpi facesse più caldo di oggi.

Le fonti antiche parlano proprio di neve, freddo, frane e difficoltà enormi.

E allora perché raccontarlo?

Perché ci insegna la prima regola di questo viaggio:

un episodio meteorologico non è il clima.

Non lo era nel 218 avanti Cristo e non lo è nel 2026.

Se trovassimo domani una fotografia di un valico alpino completamente innevato non potremmo utilizzarla per dimostrare che il riscaldamento globale è finito.

Allo stesso modo, una fotografia dello stesso valico senza neve non è, da sola, la dimostrazione del cambiamento climatico.

Servono dati, frequenze, temperature, precipitazioni e soprattutto serie storiche.

Groenlandia: Terra Verde?

Poi c’è una storia meravigliosa.

Groenlandia significa letteralmente “Terra Verde”.

Il nome viene tradizionalmente attribuito a Erik il Rosso, che alla fine del X secolo raggiunse l’isola e vi favorì la nascita degli insediamenti norreni.

Qui bisogna immediatamente smontare una leggenda.

La Groenlandia dell’anno Mille non era una gigantesca distesa verde successivamente ricoperta dai ghiacci.

La grande calotta glaciale esisteva già.

Le regioni meridionali, però, offrivano realmente aree verdi, pascoli e territori nei quali le comunità norrene riuscirono a praticare allevamento e una limitata agricoltura.

E perché chiamarla proprio Greenland?

Secondo la tradizione, Erik il Rosso aveva capito una cosa che oggi chiameremmo marketing territoriale: un nome invitante avrebbe facilitato l’arrivo di nuovi coloni.

Insomma, se qualcuno esagerò un pochino con la comunicazione, probabilmente fu Erik.

Ma il fatto storico rimane interessante.

Per diversi secoli comunità europee vissero e allevarono bestiame nella Groenlandia meridionale, prima che una combinazione di cambiamenti climatici, economici e sociali contribuisse alla scomparsa degli insediamenti norreni.

Groenlandia significa letteralmente “Terra Verde”.

Tant’è che Donald Trump la vorrebbe annettere agli Stati Uniti, probabilmente per produrre grano e altri cereali al clitofato.

Qualche lettore particolarmente attento potrebbe obiettare che si dice glifosato. Vero: quello è un erbicida. Il clitofato, invece, non sappiamo ancora bene cosa sia. Potrebbe essere un prodotto capace di suscitare particolare entusiasmo nella popolazione femminile oppure un filosofo greco ingiustamente dimenticato dalla storia.

D’altronde stiamo parlando di cambiamento climatico e, procedendo di questo passo, arrivare al climaterio è questione di un attimo.

Quest’ultimo, almeno, esiste davvero: deriva dal greco klimaktḗr, “gradino”, ed è il termine con cui si indica il complesso delle modificazioni che accompagnano una particolare fase di transizione della vita.

Insomma: sul cambiamento climatico possiamo continuare a discutere.

Sul cambiamento climaterico, prima o poi, cascano tutti.

Asini compresi.

Ancora una volta il clima ci appare per quello che è sempre stato:

un sistema dinamico.

Un pianeta “vivo”

La Terra non è naturalmente un organismo vivente nel significato biologico del termine.

È però un sistema straordinariamente dinamico nel quale atmosfera, oceani, ghiacci, biosfera, attività geologica e radiazione solare interagiscono continuamente.

In circa 4,5 miliardi di anni il nostro pianeta ha conosciuto condizioni climatiche profondamente differenti.

Questo significa che il clima può cambiare naturalmente.

Ma attenzione alla conclusione.

Il fatto che esistano cause naturali del cambiamento climatico non implica affatto che l’uomo non possa modificarne ulteriormente il funzionamento.

Le due affermazioni possono essere contemporaneamente vere.

Ed è proprio qui che la discussione dovrebbe diventare interessante.

I ghiacciai non sono fotografie

Anche i ghiacciai hanno una storia.

Le ricostruzioni climatiche documentano sulle Alpi quella che viene chiamata Piccola Era Glaciale, un lungo periodo caratterizzato generalmente da condizioni più fredde, durante il quale molti ghiacciai alpini aumentarono considerevolmente la propria estensione.

Grandi massimi glaciali alpini furono raggiunti intorno al 1600-1640, intorno al 1820 e soprattutto verso il 1850-1860.

Ed ecco un particolare da ricordare quando osserviamo certe fotografie.

Molti confronti fotografici mostrano:

ghiacciaio nel 1850 – ghiacciaio oggi.

Il ritiro è reale e quello contemporaneo è ampiamente documentato.

Ma il 1850 non rappresenta necessariamente una condizione “normale” ed eterna del ghiacciaio.

Era vicino a uno dei suoi grandi massimi degli ultimi secoli.

Per capire veramente ciò che sta accadendo sarebbe quindi molto più interessante osservare l’intera sequenza:

1600 – 1750 – 1850 – 1900 – 1950 – 2000 – oggi, noi abbiamo immaginato anche il 2075.

La storia racconta più di due fotografie.

E i fiumi?

Qui arriviamo in Italia.

Consultando documentazione storica precedente alla Seconda guerra mondiale scopriamo qualcosa che dovrebbe essere ovvio, ma che spesso dimentichiamo.

I nostri fiumi hanno sempre avuto regimi estremamente variabili.

L’Enciclopedia Italiana del 1930 descriveva il Brenta come soggetto a forti magre e grandi piene e ricordava che durante le magre lasciava scoperta una parte considerevole dell’alveo.

Per il Tagliamento, nel 1937, si parlava esplicitamente di regime torrentizio e delle perdite d’acqua dovute all’infiltrazione nei terreni permeabili dell’alta pianura.

Lo Scrivia, nei dati pubblicati nel 1938, presentava valori impressionanti: una portata massima indicata in 1.100 metri cubi al secondo contro una minima di appena 1,05.

Più di mille volte di differenza.

La Trebbia veniva descritta nel 1937 attraverso la scarsità d’acqua e il carattere torrentizio.

Per il Piave, già nel 1935, veniva descritto chiaramente il ciclo stagionale delle portate, comprese le magre e la riduzione delle acque alla fine dell’estate.

Niente di tutto questo dimostra che oggi non stia accadendo qualcosa di diverso.

Dimostra un’altra cosa:

un fiume quasi asciutto non è un’invenzione del XXI secolo.

1921: la grande siccità che abbiamo dimenticato

Ed eccoci al dato probabilmente più sorprendente.

Nel 1921 l’Europa fu investita da una siccità eccezionale.

Non lo racconta qualche blog nostalgico.

Nel 1922 Filippo Eredia pubblicò uno studio intitolato La Siccità del 1921 per autorità del Ministero dei Lavori Pubblici italiano.

L’anno successivo persino la prestigiosa rivista scientifica Nature dedicò spazio alla grande siccità europea citando proprio lo studio italiano.

Le moderne ricostruzioni paleoclimatiche confermano l’eccezionalità di quell’evento in vaste aree europee.

E non fu l’unico.

Gli studi sulle siccità europee degli ultimi secoli individuano altri periodi estremamente severi, compresi gli eventi del 1949-1950.

E quindi qualcosa non torna nella nostra memoria collettiva.

Se una grande siccità colpiva l’Europa nel 1921, quale fu la causa?

Ovviamente non possiamo attribuirla alle concentrazioni di gas serra e alle temperature globali attuali.

Esistevano — ed esistono — meccanismi naturali capaci di produrre siccità estreme.

La domanda scientificamente interessante diventa allora un’altra:

quegli stessi meccanismi naturali agiscono ancora oggi e, quando agiscono, quanto vengono amplificati dalle maggiori temperature determinate dal riscaldamento contemporaneo?

Ed è proprio qui che la scienza ci sorprende

Alcuni studi recenti sulle siccità europee suggeriscono una distinzione molto interessante.

Per buona parte del Novecento, numerosi grandi episodi siccitosi erano dominati soprattutto dalla scarsità delle precipitazioni.

Negli ultimi decenni è diventato invece sempre più importante anche il ruolo dell’evapotraspirazione favorita dalle temperature più elevate.

Detto in maniera molto semplice:

la siccità non l’abbiamo inventata noi. Ma oggi possiamo renderla peggiore.

Ed è una conclusione molto diversa sia dal catastrofismo sia dal negazionismo.

Allora perché raccontiamo soltanto metà della storia?

Ed eccoci alla provocazione.

Quando associazioni ambientaliste, esponenti politici e mezzi d’informazione mostrano un fiume in secca, un lago sotto livello o un ghiacciaio ritirato collegandolo immediatamente alla crisi climatica, una domanda è legittima:

abbiamo controllato la serie storica?

Perché il cambiamento climatico antropico dispone già di una mole enorme di evidenze scientifiche.

Non dovrebbe avere bisogno di scorciatoie.

Perché allora non ricordare anche la siccità del 1921?

Perché non raccontare quelle del passato?

Perché non spiegare che i ghiacciai alpini avanzavano e arretravano anche prima dell’industrializzazione?

Perché non mostrare l’intera serie storica di un fiume anziché soltanto la fotografia dell’estate corrente?

È memoria corta?

Non studiamo abbastanza il passato?

Oppure, nella comprensibile volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema reale, qualche volta selezioniamo inconsapevolmente soltanto i dati che confermano il messaggio che vogliamo trasmettere?

Noi una risposta definitiva non ce l’abbiamo.

Ma abbiamo una convinzione.

La scienza non dovrebbe avere paura della propria storia.

Il clima cambia. E qualche volta cambia anche parecchio

Il cambiamento climatico esiste.

L’influenza delle attività umane sul riscaldamento contemporaneo è documentata dalla letteratura scientifica.

Ma esistono contemporaneamente anche la variabilità naturale del clima, le oscillazioni atmosferiche e oceaniche, le grandi siccità del passato, le variazioni dei ghiacciai e gli eventi meteorologici estremi verificatisi molto prima dell’industrializzazione.

Non c’è contraddizione.

La vera sfida scientifica consiste proprio nel distinguere le componenti.

Quanto di ciò che osserviamo appartiene alla naturale variabilità del sistema Terra?

Quanto è determinato o amplificato dalle attività umane?

Quanto deriva dalla sovrapposizione delle due cose?

Per rispondere non bastano gli slogan.

Non bastano neppure le fotografie.

Servono i dati.

E possibilmente serie storiche più lunghe della nostra memoria.

P.S. Abbiamo controllato anche Giorgia Meloni

A questo punto, per scrupolo scientifico, mancava un’ultima verifica.

Nel 1921, quando l’Europa veniva colpita da una delle più importanti siccità del Novecento, Giorgia Meloni naturalmente non era ancora nata.

E, per quanto siamo riusciti a verificare, non risulta neppure qualche suo antenato coinvolto nel Governo italiano o ai vertici del potere dell’epoca.

Quindi, almeno per la siccità del 1921, possiamo ragionevolmente escludere qualsiasi connessione con Giorgia Meloni.

Una responsabilità in meno.

Per tutto il resto continueremo a consultare gli archivi.


Fonti e documentazione

Per consentire al lettore di verificare autonomamente dati e affermazioni, riportiamo alcune delle principali fonti utilizzate:

  • IPCC – Climate Change 2021, The Physical Science Basis. Documentazione scientifica sull’influenza antropica sul sistema climatico e sugli eventi estremi.
  • L. C. W. Bonacina – “The European Drought of 1921”, Nature, 1923. Resoconto scientifico della grande siccità europea del 1921.
  • Filippo Eredia – “La Siccità del 1921”, 1922, pubblicato per autorità del Ministero dei Lavori Pubblici.
  • ISPRA – Annali Idrologici. Archivio delle osservazioni idrologiche italiane, comprendente precipitazioni, livelli idrometrici e serie storiche delle portate.
  • Enciclopedia Italiana Treccani – Brenta, 1930. Descrizione storica delle magre e delle piene del Brenta.
  • Enciclopedia Italiana Treccani – Piave, 1935. Regime stagionale e caratteristiche idrologiche del Piave.
  • Enciclopedia Italiana Treccani – Tagliamento, 1937. Caratteristiche torrentizie e idrologiche del fiume.
  • Enciclopedia Italiana Treccani – Trebbia, 1937. Descrizione storica del regime torrentizio.
  • Enciclopedia Italiana/Treccani – Scrivia, I Appendice, 1938. Dati storici relativi alle portate del fiume.
  • GLAMOS – Swiss Glacier Monitoring Network. Serie storiche e documentazione scientifica sull’evoluzione dei ghiacciai alpini.
  • Polibio – Storie, Libro III. Fonte antica fondamentale per la spedizione di Annibale, l’attraversamento del Rodano e delle Alpi.

Nota sulla realizzazione dell’articolo

Per preparare questo articolo abbiamo utilizzato anche strumenti di Intelligenza Artificiale, dialogando, facendo domande, confrontando ipotesi e, qualche volta, scherzando con l’AI.

Le battute sono nostre e dell’AI. I dati storici, invece, no.

Date, eventi, documenti e informazioni storiche citati derivano da fonti documentali e scientifiche consultabili. Abbiamo cercato di distinguere con chiarezza i fatti documentati dalle nostre interpretazioni e dalle provocazioni giornalistiche.

Nota su fonti e immagini

Date, eventi, documenti e informazioni storiche citati derivano da fonti documentali e scientifiche consultabili. Abbiamo cercato di distinguere con chiarezza i fatti documentati dalle nostre interpretazioni e dalle provocazioni giornalistiche.

C’è però un ulteriore elemento sul quale questa esperienza ci ha fatto riflettere. Oggi abbiamo giocato con l’Intelligenza Artificiale creando immagini verosimili, capaci cioè di rappresentare graficamente situazioni storicamente plausibili senza essere, per questo, documenti storici.

L’immagine del Tamigi quasi in secca davanti al Parlamento di Westminster ne è un esempio perfetto: è stata generata con l’Intelligenza Artificiale nel 2026 e non è una fotografia del 1921.

Eppure, privata della sua didascalia e del contesto nel quale viene pubblicata, fra dieci, venti o cinquant’anni qualcuno potrebbe trovarla casualmente sul web, ripubblicarla e utilizzarla come presunta fotografia d’epoca per sostenere una tesi completamente diversa.

Paradossalmente, quindi, mentre scrivevamo un articolo sulla necessità di verificare le fonti storiche, abbiamo prodotto noi stessi un possibile caso di studio sulla necessità di verificare le fonti del futuro.

Da oggi sul web esiste un’immagine verosimile del Tamigi quasi prosciugato davanti a Westminster. Ma quell’immagine non dimostra che il Tamigi si trovasse realmente in quelle condizioni nel 1921: dimostra soltanto che nel 2026 un’Intelligenza Artificiale era capace di rappresentarlo in maniera estremamente credibile.

Fra qualche decennio qualcuno potrebbe dimenticarsene.

Ed è forse questa la conclusione più inattesa di tutto il nostro viaggio:

non basta che un’immagine sembri antica per essere una fonte storica, così come non basta che una fotografia sia autentica perché l’interpretazione che ne facciamo sia corretta.

Il Tamigi in secca potrebbe diventare il nostro primo piccolo caso di studio.

E, per una volta, conosciamo perfettamente la fonte: l’abbiamo creata noi.

Con i dati, invece, preferiamo non giocare.