Giugno 17, 2026

Calt@nissetta InForma

La città Informata

Ogni tornata elettorale produce vincitori, sconfitti, analisi, commenti e soprattutto classifiche.

Primo partito.

Secondo partito.

Terza coalizione.

Quarto schieramento.

La politica moderna sembra essersi ridotta ad una tabella Excel.

Eppure i risultati delle amministrative siciliane del 25 maggio pongono una domanda che merita forse un ragionamento più approfondito.

La forza di un partito coincide davvero con il numero che compare accanto al suo simbolo sulla scheda elettorale?

Nel caso della Democrazia Cristiana la risposta potrebbe essere meno scontata di quanto sembri.

Ad Agrigento la DC supera l’8% ed elegge due consiglieri comunali.

A Raffadali l’area riconducibile a Totò Cuffaro ottiene una vittoria schiacciante.

A Ribera la leadership politica rappresentata da Carmelo Pace continua a raccogliere consenso e governo del territorio.

In altri comuni il simbolo supera gli sbarramenti ed ottiene rappresentanza.

Non sono risultati da partito egemone.

Ma nemmeno da partito residuale.

Eppure da anni una parte dell’opinione pubblica continua a raccontare la Democrazia Cristiana come un fenomeno ormai marginale.

Forse vale allora la pena fermarsi e riflettere.

Per comprendere il presente bisogna tornare indietro.

Undici anni fa gran parte di quella classe dirigente non era ancora nella nuova Democrazia Cristiana.

Era nell’UDC.

Sindaci.

Assessori.

Consiglieri comunali.

Presidenti di consiglio.

Deputati.

Amministratori.

Un patrimonio politico che nel tempo si è disperso.

Alcuni sono confluiti in Forza Italia.

Altri in Fratelli d’Italia.

Altri ancora nei movimenti autonomisti.

Molti hanno preferito rifugiarsi nelle liste civiche.

Altri hanno scelto semplicemente di attendere.

Tutti però provenivano dalla stessa storia.

La domanda allora cambia radicalmente.

Non bisogna chiedersi quanto vale oggi la DC.

Bisogna chiedersi:

quanto vale oggi l’area politica che per decenni si è riconosciuta nella tradizione democristiana siciliana?

Ad Agrigento il dato è emblematico.

La Democrazia Cristiana e l’UDC si sono trovate su fronti opposti.

Persone che fino a pochi anni fa avrebbero partecipato alla stessa riunione politica si sono ritrovate a sostenere candidati diversi.

Se sommiamo quei risultati otteniamo una fotografia più vicina alla consistenza reale di quell’area moderata.

Ma il ragionamento può essere esteso a gran parte della Sicilia.

Quanti amministratori che oggi siedono nei consigli comunali siciliani provengono da quella storia?

Quanti dirigenti che oggi militano in altri partiti sono cresciuti politicamente dentro quell’esperienza?

Quanti sindaci che oggi si presentano con liste civiche continuano ad avere rapporti personali e politici con quella rete?

Sono domande che difficilmente trovano risposta nelle percentuali ufficiali.

C’è poi un altro aspetto.

Negli ultimi anni la figura di Totò Cuffaro è stata oggetto di un lungo processo di delegittimazione politica e mediatica.

Ciascuno può avere la propria opinione.

Ma un dato è incontestabile.

Molti di coloro che oggi evitano accuratamente di farsi fotografare accanto al simbolo della Democrazia Cristiana fino a pochi mesi fa non avevano alcuna difficoltà a sedersi ai tavoli della DC, partecipare alle iniziative della Festa dell’Amicizia, presenziare ai congressi o cercare interlocuzioni politiche.

Le fotografie esistono.

Gli articoli pure.

I salamelecchi anche.

Poi però arriva il momento delle candidature.

Il momento in cui bisogna mettere la faccia accanto ad un simbolo.

Ed è lì che improvvisamente qualcuno scopre prudenza, opportunità e convenienza.

Scelte legittime.

Naturalmente.

Ma che rendono ancora più interessante il risultato delle amministrative.

Perché se la Democrazia Cristiana continua a raccogliere voti nonostante una parte della sua stessa area politica preferisca percorrere altre strade, il risultato assume un significato diverso.

A quel punto non bisogna più chiedersi quanto pesa la DC.

Bisogna chiedersi:

quanto peserebbe una Democrazia Cristiana ricompattata?

Quanto peserebbe se tutti coloro che continuano a dichiararsi eredi di quella tradizione politica decidessero di presentarsi con lo stesso simbolo?

Quanto peserebbe se una parte della classe dirigente che oggi preferisce nascondersi dietro le liste civiche fosse costretta a scegliere?

Quanto peserebbe se il consenso disperso tornasse ad essere misurabile?

Forse non sarebbe il primo partito della Sicilia.

Forse non basterebbe per governare da sola.

Ma probabilmente sarebbe qualcosa di più del semplice 6, dell’8 o del 10 per cento che compare nelle statistiche.

Del resto la storia recente della Sicilia insegna che il potere politico non coincide necessariamente con le percentuali assolute.

Rosario Crocetta ha governato la Regione per cinque anni pur essendo stato eletto in un contesto nel quale oltre la metà degli aventi diritto non si è recata alle urne.

Il consenso reale e il consenso apparente non sempre coincidono.

Ed è forse proprio questa la lezione più interessante che emerge dal voto del 25 maggio.

La vera forza della Democrazia Cristiana potrebbe non essere quella che compare nelle tabelle elettorali.

Potrebbe essere quella che continua ad emergere ogni volta che si contano i sindaci, gli amministratori, le reti territoriali e le relazioni costruite in decenni di presenza politica.

E forse è proprio questo il dato che dovrebbe fare riflettere chi da anni ne annuncia periodicamente la scomparsa.

Forse, alla fine, un ringraziamento va rivolto anche a Totò Cuffaro.

Non perché abbia bisogno di difensori d’ufficio.

Non perché tutti debbano condividerne le idee o il percorso politico.

Ma perché, piaccia o meno, continua a rappresentare uno dei pochi leader siciliani capaci di lasciare una traccia riconoscibile nella vita pubblica dell’Isola.

La politica italiana è piena di personaggi che hanno occupato incarichi importanti e che, una volta terminata la stagione del potere, sono semplicemente scomparsi dalla memoria collettiva.

Altri, invece, continuano a generare consenso, dibattito, appartenenza e persino contrapposizione.

È il caso di Silvio Berlusconi a livello nazionale.

Ed è, nel bene e nel male, anche il caso di Totò Cuffaro in Sicilia.

Anni di polemiche, processi, campagne mediatiche e delegittimazioni non sono riusciti a cancellare una rete di relazioni politiche, amministrative e umane costruita in decenni di presenza sul territorio.

I risultati di queste amministrative sembrano dirci proprio questo: si può discutere dell’uomo, si può contestarne le scelte, si può persino auspicarne il tramonto politico, ma ignorarne l’influenza sarebbe un errore di analisi.

Per questo motivo il voto del 25 maggio non dovrebbe essere letto soltanto come un risultato elettorale.

Dovrebbe essere letto anche come un segnale.

Un segnale rivolto a chi continua a credere nella possibilità di costruire una presenza politica radicata nei territori e un segnale rivolto allo stesso Cuffaro.

Quello di non mollare.

Perché le idee, le comunità politiche e le storie collettive sopravvivono spesso molto più a lungo delle stagioni del potere e delle convenienze del momento.

E se ancora oggi, dopo tanti anni, si continua a discutere del suo ruolo e del peso della Democrazia Cristiana, significa che quella storia non è finita.

Forse è semplicemente entrata in un nuovo capitolo.

Chiudo con una vecchia intervista lasciata appositamente integrale

“Forse il modo migliore per ringraziare Totò Cuffaro non è condividere un post o fare l’ennesimo salamelecco davanti a una telecamera. È rispondere alla domanda che queste elezioni pongono a tutti coloro che negli anni hanno dichiarato di riconoscersi in quella storia politica: se credete davvero in quei valori, perché non avete avuto il coraggio di metterci il simbolo?

Se dopo anni di processi, polemiche, isolamento politico, cambi di casacca, liste civiche e prudenza di molti dirigenti, la sua area continua ad eleggere sindaci, consiglieri comunali e deputati regionali, il problema è capire quanto vale oggi Cuffaro o capire quanto vale ancora ciò che rappresenta?