Secondo il World Justice Project, una delle più ampie ricerche internazionali sull’accesso alla giustizia, circa il 49% della popolazione affronta un problema di natura giuridica nell’arco di due anni. Eppure solo una parte di queste controversie arriva realmente davanti a un giudice.
Molte vengono risolte informalmente, altre attraverso accordi, mediazioni o semplicemente con il trascorrere del tempo.
Questo significa che, nel corso della vita, una quota enorme della popolazione occidentale entra in contatto, direttamente o indirettamente, con il mondo della giustizia.
E quando ciò accade, prima o poi compare una figura fondamentale.
Il testimone.
È proprio pensando ai testimoni che mi sono ritrovato a riflettere su una vicenda apparentemente assurda.
Quella delle aragoste verdi dell’orto.
Tutto nasce da un sogno che forse non ho mai fatto.

O forse sì.
Non lo so.
So soltanto che oggi possiedo una fotografia straordinariamente realistica che mostra delle aragoste verdi cresciute tra le zucchine e le cipolle dell’orto.
La fotografia è falsa.
Le aragoste non esistono.
Eppure l’immagine è lì.
Nitida.

Credibile.
Verosimile.
A quel punto nasce una domanda.

Se esiste una fotografia del sogno, il sogno è realmente esistito?
Naturalmente la questione viene trasferita nel luogo più adatto per affrontare problemi di tale portata filosofica.
Il tavolo di un bar.
Attorno al tavolo siedono un avvocato, un pubblico ministero, un giudice, due testimoni e il barista.
L’avvocato osserva la fotografia e sentenzia:

«È soltanto una rappresentazione.»
Il PM non è d’accordo.
«È la prova del sogno.»
Per sostenere la sua tesi esibisce persino una presunta intercettazione del sogno stesso.
L’immagine però si vede e non si vede.
Compare.
Scompare.
Si blocca.
Riparte.
Per l’accusa è una conferma.
Per la difesa è una smentita.
Poi arrivano i testimoni.
Il primo è il testimone dell’accusa.
Gli viene mostrata la fotografia.
«Le riconosce?»
«Certamente.»
«Dove le ha viste?»
«Nell’orto.»
«Quando?»
Il testimone esita.
«Non ricordo esattamente. Però adesso che vedo la foto mi sembra di ricordare tutto.»
L’avvocato interviene.
«Lei ricorda il fatto oppure ricorda la fotografia?»
Silenzio.
Il testimone non lo sa più.
Subentra quindi il testimone della difesa.
«Lei ha mai visto aragoste verdi crescere nell’orto?»
«Mai.»
«Quindi esclude che siano esistite?»

«Assolutamente.»
Il PM si alza.
«Lei era presente nell’orto?»
«No.»
«Ha mai visitato quell’orto?»
«No.»
«Ha mai visto una zucchina appena raccolta?»
«Non frequentemente.»
Anche le sue certezze iniziano a traballare.
A quel punto prende la parola il barista.
L’unico che nessuno aveva ancora interrogato.
«Signori, io non so nulla del sogno. Però posso confermare una cosa.»
Tutti si voltano.
«Da due ore state discutendo della stessa fotografia.»
Silenzio.
È in quel momento che entra in scena il giudice.
Osserva la fotografia realistica.
Osserva la versione a fumetti.
Osserva l’intercettazione che si vede e non si vede.
Ascolta le parti.
Poi pronuncia la sua decisione.
«Le prove appaiono straordinariamente realistiche ma non consentono di stabilire con certezza se il sogno sia realmente avvenuto.»
Breve pausa.
«Pertanto rinvio il procedimento a data da sognare.»
L’udienza è aggiornata.
Le aragoste verdi continuano a crescere indisturbate nell’orto.
Può sembrare una semplice provocazione umoristica.
In realtà il problema è molto più serio.
Chi frequenta le aule di giustizia sa che spesso i testimoni vengono ascoltati a distanza di molti anni dai fatti.
Nel frattempo hanno letto articoli, visto fotografie, ascoltato racconti e discusso con altre persone.
Quando arrivano davanti a un giudice sono spesso sinceramente convinti di ricordare.
Ma sincerità e accuratezza non sono la stessa cosa.

La memoria non funziona come una videocamera.
Ricostruisce.
Seleziona.
Completa.
Talvolta confonde.
Talvolta incorpora informazioni apprese successivamente.
Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale apre interrogativi nuovi.
Una fotografia può essere falsa e al tempo stesso apparire perfettamente reale.
Può non dimostrare nulla e tuttavia contribuire a costruire un ricordo.
Così la domanda iniziale cambia completamente.
Non si tratta più di stabilire se le aragoste verdi siano realmente cresciute nell’orto.
La vera domanda diventa un’altra.
Quando osserviamo una fotografia, stiamo guardando una prova oppure stiamo costruendo un ricordo?

Forse è questa una delle sfide più importanti del nostro tempo.
Imparare a distinguere tra fatti, ricordi e ricostruzioni.
Perché le aragoste verdi dell’orto fanno sorridere.
Le conseguenze dello stesso meccanismo applicato alla memoria delle persone, molto meno.
Nota sulle immagini
Per illustrare questo articolo abbiamo scelto volutamente di alternare immagini fotorealistiche e scene in stile fumetto.
Le aragoste verdi dell’orto non esistono. Così come non esiste il processo al sogno descritto in queste pagine.
Le immagini sono state generate artificialmente proprio per evidenziare il tema centrale dell’articolo: la differenza tra realtà, rappresentazione e ricostruzione.
Avremmo potuto utilizzare esclusivamente immagini fotorealistiche, rendendo l’intera narrazione apparentemente credibile. Abbiamo invece scelto di inserire elementi grafici e fumettati per ricordare costantemente al lettore che ciò che sta osservando è una rappresentazione e non un fatto realmente accaduto.
Paradossalmente, proprio questa scelta rafforza il messaggio dell’articolo.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale non tutto ciò che appare realistico è reale, e non tutto ciò che è dichiaratamente artificiale è privo di significato.
Le aragoste verdi dell’orto non sono una prova.
Sono un esperimento narrativo per riflettere su una domanda molto più seria:
quando osserviamo un’immagine, stiamo guardando la realtà oppure la sua rappresentazione?


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