Il vice segretario regionale dell’UDC Sicilia, avvocato penalista da oltre quarant’anni, interviene sul referendum e sulla riforma della giustizia: “Non è una battaglia ideologica, ma una questione di equilibrio e garanzie per i cittadini”.
La riforma costituzionale sottoposta a referendum propone la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, con la conseguente istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura: uno per i pubblici ministeri e uno per i magistrati giudicanti. Un intervento che mira a ridefinire l’organizzazione interna della magistratura italiana, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’equilibrio tra accusa e giudizio.
Nel dibattito nazionale sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere dei magistrati interviene Salvino Caputo, vice segretario regionale dell’UDC Sicilia e avvocato penalista con oltre quarant’anni di esperienza nelle aule giudiziarie.
Già deputato all’Assemblea Regionale Siciliana e sindaco di Monreale, Caputo oggi ricopre il ruolo di vice segretario regionale dell’Unione di Centro, con delega al coordinamento politico. La sua posizione sul referendum non nasce soltanto da una valutazione politica, ma soprattutto dall’esperienza maturata sul campo.
«Frequento le aule di giustizia da quarant’anni – afferma – e il problema non è solo la separazione delle carriere, ma soprattutto la separazione delle funzioni. Il pubblico ministero deve vincere un concorso da PM e svolgere quella carriera. Il magistrato giudicante deve fare esclusivamente il giudice. Il passaggio dall’uno all’altro altera il normale equilibrio del processo».
Secondo Caputo, l’attuale sistema rischia di compromettere quella che dovrebbe essere la fisiologica dialettica tra accusa e difesa. Nonostante le riforme, anche recenti, e il principio di parità tra le parti nel processo penale, l’equilibrio sostanziale – osserva – non è sempre garantito.
«Il pubblico ministero dispone di un apparato vastissimo, dalla polizia giudiziaria alle risorse pubbliche. L’avvocato difensore no. In molti casi, soprattutto nei procedimenti più complessi, il peso dell’accusa finisce per incidere sulle decisioni dei magistrati giudicanti. E questo non dovrebbe accadere».
La proposta di riforma, per il vice segretario UDC, non rappresenta un attacco alla magistratura né una riduzione delle sue prerogative costituzionali. Al contrario, viene presentata come uno strumento per rafforzare l’autonomia e la serenità di ciascun ruolo.
«Sono favorevole alla separazione delle carriere e delle funzioni – spiega – perché ogni magistrato deve avere la serenità di svolgere il proprio compito: investigare o giudicare. Sono funzioni diverse e devono restare tali».
Tra i punti centrali della riforma, Caputo evidenzia anche la necessità di istituire due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i pubblici ministeri e uno per i magistrati giudicanti.
«Oggi un unico CSM assegna incarichi e valuta carriere molto diverse tra loro. È un’anomalia che non esiste negli altri Paesi europei. Separare anche questo livello significa rendere più trasparente e coerente l’organizzazione della giustizia».
Sul fronte dei costi, spesso richiamato dai sostenitori del “no”, Caputo respinge l’argomento come marginale rispetto alla portata della riforma.
«Parlare di 50 o 60 milioni di euro in più è un falso problema se rapportato ai miliardi che già costa la giustizia e, soprattutto, ai circa 200 milioni di euro che lo Stato ha pagato per risarcire persone arrestate ingiustamente e poi assolte dopo anni. La vera questione è eliminare le storture e garantire un sistema più equilibrato».
La posizione dell’UDC, conclude Caputo, non è punitiva né ideologica, ma orientata al miglioramento del sistema.
«Non si tratta di colpire qualcuno, ma di migliorare il funzionamento della giustizia. Separare carriere e funzioni significa rafforzare il diritto del cittadino a un processo equo e restituire fiducia nelle istituzioni».

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