Qualche escremento sulla ciclopedonale di via Stefano Candura diventa sui social occasione per parlare di Medioevo e vergogna civica. Ma dietro quelle immagini ci sono una strada particolare, il passaggio delle greggi e persino una direttiva urgente del Comune. Prima di indignarci, qualche volta conviene capire su quale filo stiamo camminando.
Una pista che viene utilizzata
Le fotografie che pubblichiamo raccontano anche un’altra parte della storia.
La ciclopedonale di via Stefano Candura non è un’opera abbandonata o rimasta soltanto sulla carta. È utilizzata da ciclisti, podisti e cittadini che la percorrono a piedi. Le immagini documentano gruppi di biciclette, persone che corrono e camminano lungo il tracciato.
Naturalmente questo non significa che non possano esserci problemi di pulizia, manutenzione o fruibilità in determinati momenti e in determinati tratti.
Significa semplicemente restituire le proporzioni alle cose.
Una criticità localizzata non può diventare automaticamente la fotografia di un’intera infrastruttura, così come il passaggio di qualche quadrupede non può compromettere, per definizione, la possibilità per migliaia di bipedi di utilizzare una rete ciclopedonale che complessivamente si sviluppa per circa 26 chilometri.
Le fotografie servono anche a ricordarci una cosa molto semplice: prima di giudicare un’opera pubblica bisognerebbe guardare non soltanto dove e quando presenta un problema, ma anche come viene utilizzata quando svolge normalmente la funzione per la quale è stata realizzata.
C’è una caratteristica meravigliosa dei social network: riescono a trasformare pochi secondi di video in una sentenza.
Si fotografa una buca e il Comune non fa manutenzione. Si trova un sacchetto abbandonato e la città non viene pulita. Si incontrano degli escrementi su una pista ciclopedonale e, prima ancora di arrivare alla curva successiva, un’intera comunità rischia di essere precipitata nel Medioevo.
Talvolta dietro l’indignazione c’è un problema enorme.
Altre volte, prima di pronunciare la sentenza, sarebbe sufficiente fare una cosa terribilmente antiquata: informarsi.
Magari arrivando persino a leggere qualche documento.


Pecore, capre o suini?
In questi giorni sui social è circolato un video girato sulla pista ciclopedonale di via Stefano Candura.
Le immagini mostrano numerose deiezioni che, secondo l’autore del post, «sembrano essere di pecore o capre».
Da quella constatazione nasce una riflessione molto più ampia: senso civico, rispetto del bene pubblico, cultura del «tanto non è mio», dignità della città.
Fino ad arrivare al «Medioevo dal quale dobbiamo uscire» e alla «vergogna civica» che dovremmo provare tutti.
Ora, che una pista ciclopedonale debba essere mantenuta pulita e fruibile non dovrebbe richiedere un convegno.
Ma davvero qualche escremento presumibilmente ovino è sufficiente per formulare una diagnosi sul grado di civiltà di Caltanissetta?
E soprattutto: siamo sicuri di conoscere il problema che stiamo guardando?
Perché potremmo trovarci davanti a una vera e propria questione di lana caprina.
Con la differenza che, questa volta, le capre potrebbero esserci davvero.
Prima dello smartphone c’era già una direttiva
C’è infatti un piccolo particolare.
La presenza di greggi lungo quel percorso non è stata scoperta attraverso l’ultimo video pubblicato sui social.
Il 10 marzo 2026 l’assessore allo Sport, Eventi e Viabilità Salvatore Petrantoni aveva già firmato una direttiva urgente avente per oggetto:
«Apposizione di segnaletica di divieto di pascolo lungo la pista ciclabile e pedonale di Via Stefano Candura e nell’area dello Stadio Pian del Lago».
Il documento sembra quasi descrivere anticipatamente le immagini circolate in questi giorni.
Nella direttiva si dà atto infatti delle «ripetute situazioni di pascolo di greggi di pecore e altri capi di bestiame» e si evidenzia che la loro presenza comporta il rilascio di deiezioni sui percorsi pedonali.
Vengono individuati anche i problemi conseguenti: sicurezza dei ciclisti e dei pedoni, decoro urbano e condizioni igienico-sanitarie.
L’assessore dispone quindi un intervento urgente e trasmette la direttiva anche alla Polizia Municipale per le attività di vigilanza e controllo.
Insomma: il problema era conosciuto e l’indirizzo politico per affrontarlo era stato impartito.
Questo non significa sostenere che tutto funzioni perfettamente.
Significa semplicemente raccontare un fatto prima di costruirci sopra un giudizio.

Una cosa è l’indirizzo politico, un’altra la gestione quotidiana
C’è poi un equivoco che l’immediatezza dei social tende ad alimentare.
Un amministratore individua un problema, assume una decisione e impartisce una direttiva.
Poi esistono uffici, servizi, contratti, imprese, controlli, manutenzioni ordinarie e straordinarie.
Naturalmente chi governa mantiene una responsabilità politica complessiva e deve preoccuparsi del risultato.
Ma amministrare una città non significa che l’assessore competente debba materialmente trovarsi sulla ciclopedonale con scopa, paletta e blocchetto delle contravvenzioni.
Tra una decisione politica e la sua quotidiana traduzione sul territorio esiste una macchina amministrativa molto più complessa di quella che entra nell’inquadratura di uno smartphone.
Ed esiste un’altra parola poco spettacolare: risorse.
Ogni intervento straordinario costa.
Ogni nuova esigenza deve trovare spazio dentro bilanci che spesso assomigliano alla famosa coperta corta: la tiri da una parte e rischi di scoprire l’altra.
Non è una giustificazione.
È semplicemente una parte della realtà.
Ma le pecore da dove dovrebbero passare?
Poi c’è il luogo.
Via Stefano Candura non è una strada del centro storico sulla quale, improvvisamente, è comparso un gregge proveniente da una dimensione parallela.
Quel tratto mette in relazione città e territorio rurale.
La strada è stretta e in discesa. La realizzazione della pista ciclopedonale ha modificato gli spazi disponibili e oggi, nello stesso corridoio, devono convivere esigenze differenti.
Automobili.
Pedoni.
Ciclisti.
E anche attività agricole e pastorali che non sono nate dopo la pista ciclabile.
Le pecore, piaccia o meno, devono pur spostarsi.
Possiamo stabilire dove possano pascolare.
Possiamo disciplinare il transito degli animali.
Possiamo stabilire responsabilità per chi conduce un gregge.
Possiamo pretendere il rispetto delle regole e la pulizia dei luoghi.
Rimane leggermente più complicato impartire alle pecore una direttiva amministrativa con la quale si ordina loro di sospendere temporaneamente le proprie funzioni intestinali durante il passaggio sulla ciclopedonale.
Temiamo, oltretutto, qualche difficoltà nella notifica del provvedimento.

E dopo la pioggia arrivano anche i fanghi
C’è un’altra caratteristica fisica di quel tratto che un video difficilmente racconta.
La strada scende e successivamente raggiunge una zona pianeggiante, in prossimità di una curva.
Quando piove, acqua, terra e materiale trascinato dal ruscellamento tendono naturalmente a raggiungere le quote più basse e a depositarsi.
Ed ecco comparire un’altra questione: i fanghi.
Quindi ciò che genericamente definiamo «pista sporca» può avere origini differenti e richiedere interventi differenti.
Una cosa sono le deiezioni lasciate dal passaggio degli animali.
Un’altra sono terra e detriti trasportati dalla pioggia.
Un’altra ancora è la manutenzione ordinaria di una pista ciclopedonale.
Mettere tutto dentro la parola «inciviltà» è certamente più semplice.
Capire come funziona quel pezzo di città è un po’ più faticoso.
Ventisei chilometri e qualche metro di lana caprina
C’è poi una questione di proporzioni.
Caltanissetta si sta dotando di una rete che, attraverso gli interventi programmati, arriva a circa 26 chilometri di percorsi ciclabili e ciclopedonali.
Ventisei chilometri.
Se alcune centinaia di metri attraversano un’area nella quale transitano anche degli animali, questo può certamente determinare una criticità locale da affrontare.
Ma non trasforma automaticamente 26 chilometri di infrastruttura in un fallimento.
E soprattutto non compromette necessariamente la possibilità per i bipedi di utilizzare una rete perché, in un determinato tratto, devono convivere anche con qualche quadrupede.
La modernità, forse, consiste proprio in questo: organizzare convivenze che la realtà rende necessarie.
Altrove le pecore vengono persino chiamate
Ed ecco che la nostra questione di lana caprina diventa ancora più curiosa.
Perché in diverse città italiane la presenza controllata degli ovini nelle aree verdi non viene considerata affatto un ritorno al Medioevo.
Viene chiamata eco-pascolo.
Ad Alba, nel 2025, un gregge di circa mille pecore è stato utilizzato per contribuire alla manutenzione del Parco Tanaro e di un tratto della pista ciclabile lungo il fiume.
Esperienze di pascolo controllato per la gestione sostenibile del verde sono state sperimentate anche in altre città.
Ovviamente un gregge organizzato per l’eco-pascolo non è la stessa cosa di animali che transitano liberamente lasciando deiezioni su una pista.
Ma il confronto serve almeno a liberarci da un’equazione un po’ troppo semplice:
pecore = Medioevo.
No.
Nel XXI secolo una pecora può essere un problema, una risorsa oppure semplicemente una pecora.
Dipende da come viene gestita.
Il filo sottile dell’indignazione
E allora torniamo al punto di partenza.
La segnalazione di un problema è utile.
Fotografare ciò che non funziona è utile.
Criticare un’amministrazione quando non interviene è non soltanto legittimo, ma necessario.
Pretendere una città pulita e servizi efficienti è sacrosanto.
Ma esiste un filo sottile tra segnalare un problema e utilizzare immediatamente quel problema per pronunciare un giudizio sulla civiltà di una comunità.
Su quel filo oggi camminiamo tutti con uno smartphone in mano.
Prima fotografiamo.
Poi pubblichiamo.
Poi giudichiamo.
E qualche volta soltanto alla fine ci informiamo.
Forse potremmo provare a invertire l’ordine.
Perché nel caso di via Stefano Candura bastava scavare appena sotto la superficie per scoprire che il problema delle greggi era già conosciuto dall’Amministrazione, che esiste una direttiva urgente del 10 marzo 2026, che quel tratto presenta caratteristiche territoriali particolari e che persino il rapporto fra pecore e piste ciclabili è un po’ più moderno e complesso di quanto possa sembrare.
Rimane naturalmente il problema della pulizia.
Quello va risolto.
Ma prima di dichiarare il Medioevo, la vergogna civica e la perdita di dignità di un’intera città per qualche escremento lungo alcuni metri di una rete di circa 26 chilometri, forse possiamo concederci qualche minuto in più.
Il tempo di informarci.
Il tempo di capire.
E magari il tempo di scoprire che quella sulla quale stavamo camminando era davvero soltanto una questione di lana caprina.
Il documento: perché prima di indignarci ci piace leggere
E siccome, prima di indignarci, ci piace documentarci, lasciamo l’ultima parola non alle opinioni ma agli atti.
Pubblichiamo integralmente la Direttiva urgente del 10 marzo 2026, con la quale l’assessore allo Sport, Eventi e Viabilità affrontava espressamente il problema del pascolo e delle deiezioni lungo la pista ciclopedonale di via Stefano Candura e nell’area di Pian del Lago, impartendo le relative disposizioni agli uffici competenti e trasmettendo l’atto anche alla Polizia Municipale per le attività di vigilanza e controllo.
Niente interpretazioni e niente indignazione per interposta persona.
Il documento è qui sotto. Leggetelo.
Perché qualche volta, prima di aprire la fotocamera del telefonino, può essere utile aprire anche un documento.


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